
Il patrimonio artistico delle chiese di Catanzaro si rivela come un insieme prezioso di opere spesso nascoste alla vista, ma capaci di raccontare secoli di storia, fede e cultura. In questo contesto si inserisce il progetto “Restauriamo: i tesori dell’Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace”, che ha riportato alla luce un nucleo straordinario di opere in cera policroma: i quattro Scarabattoli della Basilica dell’Immacolata e l’Ecce Homo della chiesa della Madonna del Carmine.
Il percorso ha preso avvio con la conferenza inaugurale del 28 dicembre nella Chiesa del Monte dei Morti, momento che ha segnato l’inizio ufficiale delle operazioni di restauro e di valorizzazione, in un clima di forte partecipazione istituzionale e cittadina.
Le opere, realizzate tra XVII e XVIII secolo, costituiscono un importante esempio di ceroplastica barocca. I quattro Scarabattoli sono attribuiti con certezza alla suora e artista napoletana Caterina De Julianis, formatasi nella tradizione dei ceroplasti partenopei e autrice di un linguaggio figurativo di straordinaria raffinatezza. Le scene della Natività, dell’Adorazione dei Magi, del Tempo e del Compianto sul Cristo restituiscono un universo iconografico ricco di simboli, emozioni e profonde riflessioni sul mistero della vita e della morte.
Accanto a essi si colloca l’Ecce Homo in cera del XVII secolo, opera di grande intensità devozionale per la quale, tuttavia, l’attribuzione non è certa: pur inserito nella stessa tradizione artistica partenopea, l’autore rimane sconosciuto.
Per lungo tempo queste opere sono rimaste collocate in posizione elevata nella Basilica dell’Immacolata, quasi nascoste allo sguardo dei fedeli e dei visitatori. La loro riscoperta ha reso necessario un intervento di restauro complesso e altamente specializzato, autorizzato dalla Soprintendenza e realizzato dalla ditta Giuseppe Mantella Restauri, che ha operato in regime di “cantiere aperto”, permettendo alla cittadinanza e alle scuole di seguire da vicino le fasi del lavoro.
Determinante è stata la fase diagnostica, condotta grazie alla collaborazione con il Sant’Anna Hospital di Catanzaro, che ha messo a disposizione tecnologie avanzate come TAC, radiografie e imaging multispettrale. Questo approccio scientifico ha consentito di analizzare la struttura interna delle opere e di intervenire con estrema precisione su materiali particolarmente fragili.
Il progetto è stato promosso dall’Ufficio Diocesano per i Beni Culturali dell’Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace, con il coordinamento del Museo Diocesano diretto da don Maurizio Franconiere, e ha potuto realizzarsi grazie al sostegno della Delegazione FAI di Catanzaro, rappresentata da Gloria Samà, e del Circolo di Cultura “Augusto Placanica”, guidato da Venturino Lazzaro, che hanno svolto un ruolo decisivo nella promozione dell’iniziativa e nella raccolta dei fondi necessari al restauro.
A questa rete di collaborazioni si sono affiancati il contributo del Sant’Anna Hospital, l’apporto scientifico e diagnostico delle strutture sanitarie coinvolte, il supporto dell’Associazione Concentrica e il coinvolgimento di studiosi e operatori culturali che hanno contribuito alla valorizzazione del progetto. Fondamentale anche il lavoro di divulgazione e documentazione, accompagnato dalla moderazione giornalistica di Marcello Barillà e dai contenuti audiovisivi realizzati dall’Accademia di Belle Arti di Catanzaro.
Accanto all’aspetto scientifico e istituzionale, il progetto ha avuto una forte ricaduta educativa e sociale, grazie al coinvolgimento delle scuole del territorio e degli studenti, che hanno partecipato alle visite del cantiere e alle attività di mediazione culturale come “apprendisti ciceroni”, rendendo il restauro un’esperienza formativa condivisa.
Il ruolo centrale del Museo Diocesano
Elemento fondamentale dell’intero percorso è stato il Museo Diocesano di Catanzaro, diretto da don Maurizio Franconiere, che ha rappresentato non solo il luogo di coordinamento del progetto, ma anche uno spazio attivo di conservazione, studio e valorizzazione.
Al termine del restauro, gli Scarabattoli sono stati temporaneamente esposti presso il Museo Diocesano di Arte Sacra (MUDAS), trasformando il museo in un vero centro di fruizione culturale. In questa fase, il Museo ha accolto centinaia di visitatori, con particolare attenzione alle scuole del territorio, che hanno potuto ammirare da vicino le opere restaurate.
Le attività didattiche hanno assunto un ruolo centrale: gli studenti, coinvolti come apprendisti ciceroni, hanno accompagnato il pubblico nella lettura delle opere, contribuendo a rendere il museo un luogo vivo, partecipato e profondamente connesso alla comunità.
La restituzione alla città
Dopo un anno di lavoro accurato e multidisciplinare, le opere sono state ufficialmente restituite alla città nella Basilica dell’Immacolata il 30 novembre 2018, in una cerimonia molto partecipata che ha segnato la conclusione del restauro e l’avvio di una nuova fase di fruizione pubblica.
Oggi gli Scarabattoli e l’Ecce Homo tornano a essere pienamente accessibili e leggibili, non solo come testimonianze di un’arte raffinata e complessa, ma anche come simboli di un percorso condiviso di tutela, studio e valorizzazione.
Il Museo Diocesano si conferma così come punto di riferimento fondamentale per la conservazione del patrimonio sacro dell’Arcidiocesi: un luogo in cui la memoria si preserva, si interpreta e si trasmette, diventando esperienza viva per la comunità e per le nuove generazioni.
